Edward Bach: Una vita tra i fiori

Edward Bach, medico, batteriologo e ricercatore inglese, nasce a Moseley (UK)  il 24 settembre del 1886, nel segno della Bilancia, ma molto vicino a quello della Vergine.

Abbiamo quindi già l’indicazione di una personalità sempre alla ricerca del bello, del buono e del giusto, di una perfezione e, soprattutto, di un equilibrio tanto difficile da raggiungere e realizzare da sembrare a volte impossibile.

Dall’altra parte abbiamo una personalità tenace, puntigliosa, attenta, che non si arrende facilmente.

E questa è stata la sua fortuna ed anche la nostra, come fruitori del suo Metodo.

La sua famiglia, di origine gallese, è proprietaria di una fonderia, dove Bach muove i primi passi della sua vita lavorativa.

Ed è proprio qui, nel caldo soffocante della fusione dei metalli, nei visi scuri e segnati degli operai, nella fatica della loro esistenza, che intuisce che l’uomo non si ammala solo per cause esterne (batteri, virus, condizioni di vita pesanti), ma per la paura stessa di ammalarsi, di non poter più bastare alla propria famiglia.

Decide di rendersi utile al sollievo di questa sofferenza: si iscrive a medicina e diventa presto un medico coscienzioso, attento, anche se non sempre riesce ad adattarsi alle regole del mondo allopatico di allora.

Egli segue più spesso che può il suo intuito, così ben collegato al sentire dei suoi pazienti, alla loro personalità, al loro modo di affrontare in modo diverso la stessa malattia.

La sua sensibilità e la sua intuizione lo portano a scoprire la correlazione fra la preponderanza di uno dei 7 gruppi componenti la flora batterica intestinale e la personalità del paziente, quindi il suo modo di affrontare la vita e, nel caso, la malattia. Da questa osservazione derivano alcuni vaccini, i cosiddetti nosodi di Bach, che hanno contribuito a salvare molte persone durante le micidiali epidemie di influenza e altri malanni dell’epoca.

Edward Bach era dunque un medico. E anche bravo, con una buona clientela. Perché parliamo, quindi, di “una vita tra i fiori”? Perché, fin da piccolo, il suo legame con la natura era tanto evidente quanto forte.

Bach era un ragazzo di struttura abbastanza gracile, riservato e riflessivo, e gioiva non appena poteva correre nei prati o nei boschi, osservare le piante e i fiori e la vita che scorreva attraverso essi.

Anche da adulto, non amava i luoghi chiusi e affollati: ogni tanto vi si adattava, quando le circostanze glielo imponevano, ma appena possibile tornava al suo amato prato, al suo caro bosco, o anche sulle rive del mare, per rigenerarsi e ritornare “il vero Edward”.

E un giorno, nella sua vita intensa e dedicata agli altri, anche lui si ammalò gravemente. E non possiamo neppure dire che fu un “brutto” giorno, nonostante sia facile immaginare e comprendere il suo sconforto e la sua disperazione del momento: ma quella diagnosi infausta contribuì a fare in modo che egli si ponesse il quesito fondamentale per le sue scoperte successive: perché mi sono ammalato? E cosa posso fare per la mia guarigione?

Cercando la risposta a questa domanda, altre ne salirono a galla, per spingerlo verso la realizzazione del compito al quale ambiva da sempre: come posso curare le persone partendo dalla loro anima?

Come posso fare in modo che ciascuno trovi in sé la scintilla per conoscere la causa dei suoi mali e operi, lui per primo, in direzione della sua guarigione?

Come posso somministrare qualcosa che sia dolce, mai dannoso, mai tossico, che non combatta il male, ma sviluppi la virtù opposta?

I Fiori. Questa fu la risposta: il rimedio non poteva venire che dalla natura incontaminata, lo aveva sempre avuto sotto gli occhi senza saperlo.

Abbandonò senza rimpianti tutto quello che aveva costruito per ritirarsi in una casetta immersa fra boschi e prati, e lì iniziò a studiare fiori e piante ed il metodo per estrarne solo l’essenza, il corpo sottile, quella che vibra in risonanza con le altre creature viventi (uomini, animali e le stesse piante, qualora sofferenti).

Ne scoprì 38, una per ciascuna sfaccettatura dell’animo umano. Gli avevano dato tre mesi di vita: morì dopo 17 anni, dopo aver scoperto l’ultimo Rimedio, completato il cerchio e realizzato la sua missione nella vita, dimostrando che ciò che ci tiene in vita è proprio obbedire alle leggi dell’anima e realizzare il nostro progetto.

Si dice che, prima di scoprire un Rimedio, sentisse su di sé l’emozione e la sensazione negativa che il rimedio stesso avrebbe riequilibrato.

E qualcosa lo guidava ad avvicinarsi a quella pianta, a quel fiore, come se una bussola ve lo accompagnasse.

Si dice che, trasferitosi nella casetta di Mount Vernon, avesse portato con sé solo una valigia, la quale doveva contenere tutti i suoi libri e strumenti di lavoro.

E che, quando l’aprì, con sua enorme sorpresa ed iniziale sgomento, scoprì che invece conteneva solo delle scarpe.

Tante scarpe.

Alcune vecchie e logore, ma ancora adatte ad accompagnarlo nelle sue passeggiate.

E che questo fu il primo segno che gli indicò la strada giusta, per la sua vita e per quella degli altri.

Una strada tra i fiori.

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